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18 gen, 2018

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Abitare la città

come  un bene da coltivare.

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Abitare la città come un bene da coltivare

Da ormai trent’anni stiamo intrecciando le nostre proposte sociali e ambientali con città e paesi del vicentino. Dalle prime esperienze di vicinanza a mondi difficili di marginalità e disagio giovanile ed adulto abbiamo subito imparato che il territorio non era semplicimente il posto dove “fare delle iniziative” e “rendersi visibili” e neanche  dove poter e dover essere solo degli attori attenti, responsabili e propositivi, ma un vero e proprio terreno in cui “impiantarsi”, mantenendo scambi vitali e continuativi, in una logica di reciprocità che va oltre ogni utile, calcolo o funzionalità immediata.

 

Insomma, abitare piuttosto che utilizzare occasioni e risorse collettive. E, ancor più precisamente, abitare la soglia che sta tra il dentro e fuori, tra inclusione ed esclusione, tra normalità e diversità. Perché solo così il margine può farsi frontiera di novità.

Questo modo di abitare la città ha voluto dire, tra mille fatiche e contraddizioni, cercare di creare dei crocevia vitali, che nel nostro caso sono di lavoro cooperativo condiviso, di vita familiare o comunitaria, di spazi collettivi aperti. Ci pare che questo inventare luoghi vitali abbia una validità più complessiva e sia oggi una necessità e uno strumento privilegiato per non impedire il futuro delle nostre città.

Essi possono essere caratterizzati da:

  • relazioni conviviali: spazi dove le persone possono ri-conoscersi e crescere, dove le fatiche sono accolte come maestre di vita, le identità personali e culturali sono in dialogo e i conflitti sono affrontati in maniera non distruttiva;
  • sapienze collettive: laboratori dove leggere assieme il momento che si sta vivendo e contribuire a far crescere mentalità e tessuti civili orientati al bene comune rispetto all’interesse privato; dove incrociare pensieri diversi dai nostri (“dare parola”); dove lasciarsi investire dalle domande e dalle contraddizioni presenti invece di chiudersi in isole e spazi ‘a parte’; dove tratteggiare qualche percorso di ricerca, formazione, confronto e proposta;
  • proposte di diversa normalità: ambienti di vita, lavoro, relazione dove promuovere, in ogni momento, diverse possibili normalità del vivere quotidiano. Attenzione ai contesti in cui si abita e si vive, alle iniziative per l’ambiente, agli stili di vita e ai consumi, ai beni comuni, alla partecipazione, ai modi con cui si costruiscono iniziative e azioni civiche o sociali, alla denuncia delle ingiustizie sociali;
  • organizzazioni ed economie partecipate: organizzazioni che aiutano a pensare e cambiare, non solo a fare; che consegnano alla città visioni non parziali ma approfondite dei problemi e delle tensioni incontrate nei territori; che attuano economie e modelli di responsabilità collettiva che dicono un modo ‘altro’ di fare impresa… 

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare tali ambiti vitali non esigono confini netti, identità proclamate, steccati e barriere difensive, ma vivono sulla soglia, in un processo aperto al futuro che preferisce proporre e interiorizzare più che riversare fuori da sé, che unifica invece di spingere alla divisione, che cerca semplicità fino a rendersi trasparenti a ciò che è altro da sé. Il respiro di una città dipende da tali luoghi. La sua “qualità della vita” non dipende da indicatori diversi da quelli che ci vengono continuamente proposti (redditi, risparmi, affari, denunce di reati, servizi e infrastrutture, invecchiamento della popolazione, svaghi e tempo libero1.

 
1Si veda ad esempio l’annuale classifica che Il Sole 24 ore pubblica (quella relativa all’anno scorso è in un inserto del 18 dic 2006). Dai dati delle tabelle presentate, la provincia di Vicenza risulta 48° su 103, perde ben 23 posizioni rispetto all’anno precedente e ottiene i “migliori” posizionamenti per reddito, affari, scarsa preoccupazione per posto di lavoro, …, mentre è 97° per servizi-ambiente-salute.
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