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Abitare raccontare L'ALTROVE DELLA POLITICA

raccontare
L’ALTROVE DELLA POLITICA

relazione di Marco Vincenzi all'assemblea nazionale CNCA,
Grottaferrata 18.12.2008
 

I luoghi, i contenuti e le forme in cui si manifesta la politica oggi non riescono e non possono contenere le esperienze che come minoranze (non solo noi!) stiamo con passione e fatica portando avanti.
Per questo non dobbiamo solo resistere, ma abbiamo necessità di indicare, raccontandolo, l’altrove della politica che vogliamo vivere e rappresentare.

Raccontare un altrove della politica crea interruzione (interrompe, prende le distanze da certi modi di fare e pensare la politica) e genera dislocazione (= sposta di luogo, portando altrove criteri-stili-obiettivi della politica).  

Questo ‘altrove’ della politica visto dal CNCA può essere alimentato da due cornici di pensieri di donne – una iniziale e una finale -, dentro alle quali segnalo 3 condizioni per una soggettività politica del CNCA oggi, riprendendo i nuclei di riflessioni contenuti nel testo “decrescere per il futuro”.  

CORNICE INIZIALE: la politica come ‘desiderio’, come ‘patire il mondo’

L’approccio al tema della politica chiede, soprattutto oggi, quel che ha ricordato il mese scorso la filosofa Luisa Muraro su un quotidiano nazionale: “bisogna sapere che la politica comincia non dal bisogno, ma dall'espressione consapevole di un desiderio, perché è con questa che si esce dalla subordinazione alla realtà data e prende vita una soggettività che poi si misurerà con il mondo.” (Luisa Muraro in Il manifesto, 16 novembre 2008).

Desiderio (dal latino de-sidera),

al di là delle diverse sfumature interpretative, ha a che fare con lo sguardo verso le stelle, con la distanza da ciò che ci appare sempre in là. Ma desiderio è anche connesso alla nostra essenza radicale: siamo tutti, letteralmente, polvere di stelle (i nostri atomi si sono formati da materia stellare trasformata in miliardi di anni e di essa siamo costituiti…).

La pasta di cui siamo fatti è un insieme di frammenti di quel ‘desiderio’, di quell’ ‘altrove’, verso cui volgiamo lo sguardo. Il desiderio dunque che è, al tempo stesso, lontano e impastato nelle nostre stesse fibre costitutive; lì va cercato, approfondito e coltivato (i desideri non vanno rimossi, ma abbiamo bisogno di desiderare più profondamente e con maggior chiarezza… anche in politica!).  

Desiderio   -    passione (patire),

“politica è patire il mondo, essere tormentati e non ragionare tra sé e sé senza il mondo (come fa l’etica)” (Chiara Zamboni).

L’etica – come viene intesa – non ha come soggetto il mondo, ma le scelte del soggetto. Solo esponendosi al mondo si rischia il fallimento; in etica non si rischia, si giudica. Alcune questioni portate come ‘etiche’ sono scelte politiche (se usare o no certe tecnologie per la vita non ha a che fare solo con scelte singole di coscienza di cui poi – “politicamente” - calcolare la somma per valutare le maggioranze, ma molto di più con come si immagina la vita comune e il mondo di domani…).

Nel politico si ha presente il mondo, per il suo futuro si patisce, consapevoli che il futuro non è accadimento, ma consegna. Anche il potere ha interesse per il mondo, non nel senso del desiderio e della passione, ma per disegnarlo oggettivamente, per gestire (il potere non ha immaginari): “al potere interessa il potere e non il mondo” (ancora Luisa Muraro).

Di quale desiderio ci facciamo portatori consapevoli come persone, gruppi, città e popoli?
E, in specifico, come Federazione?  

3 CONDIZIONI per aiutarci a declinare questa passione per il mondo, questo “altrove” della politica (sono i tre nuclei di riflessione attorno cui ruota il testo “Decrescere per il futuro” nell’intreccio tra spiritualità e politica che lo caratterizza):

1. PARTIRE DA ALTROVE, ovvero la questione del punto di vista da cui guardiamo le cose: è questa consapevolezza e questa determinazione a dare una prima consistenza al tema del percepirsi soggetto politico.
Il punto di vista è la vista da un certo punto (la visione) …dove abbiamo piantati i nostri piedi, oggi?
In quale terra stiamo nei nostri gruppi, nelle nostre case e comunità, cooperative, … in noi stessi?
Non basta richiamarsi alla condivisione, ai 10 punti fondativi, alle motivazioni o alle lotte di un tempo… non stiamo facendo il richiamo di un vaccino che ci immunizzi.

Chi ha saputo vivificare nei percorsi di questi 25-30 anni le parole chiave che hanno marchiato queste esperienze Cnca, non ha bisogno di andare a cercare in soffitta le parole fondative per rispolverarle, perché se le ritrova tutte impastate nelle azioni e nei pensieri del suo oggi e potrebbe arricchire tutti mettendo a disposizione il nuovo che ne è nato.

Chi non l’ha fatto per 10-20 o 30 anni è già altrove e conviene lavori sulle prassi che attualmente vive, sempre per trarre dal nuovo un qualche senso. Per tutti dobbiamo, però, dire che il passato non basta al futuro. 

Il punto di vista (cioè la vista da un punto, come abbiamo detto), il luogo dove ancora oggi vale la pena di affondare i nostri piedi, rimane quello delle prassi di incontro con il marginale, il diverso o abbandonato, con le conseguenti domande di cambiamento di equilibri sociali, economici e politici, con la ricerca caparbia di giustizia, con la nonviolenza come metodo e non la pace come fine (etimo di metodo = “via per indagare”; anche Bush, il nazionalsocialismo e Roma antica avevano la pace come fine ultimo!).

Rispetto al punto vista in cui le nostre prassi attuali ci collocano, due piccole accortezze nella cura con cui ‘patiamo il mondo’:
- riconoscere che le relazioni sono ponti per il mondo e non il luogo della dimora. Non dobbiamo abitare i ponti che servono invece a portare ad altro, al mondo
-  ridare storicità alla politica, incarnarla nei contesti e nelle esperienze: tornare ad indagare meglio lo spessore di sapienza politica emergente dai racconti che quotidianamente intrecciamo con chi è incurvato, oppresso, svilito; con carceri, marciapiedi, condomini, quartieri, stazioni e periferie (far emergere meglio l’intelligenza, i desideri, le indignazioni, le denuncie e le proposte, i cambiamenti necessari).   

“Sappiamo stare al mondo?” è la domanda politica del momento, che esprime la fatica a prendere posto in tante vicende umane.
“Sappiamo stare al mondo?” è anche la domanda dell’accompagnamento educativo - che sempre inventa percorsi, calcola distanze e offre proposte per imparare a ‘stare al mondo’ -  e, infine,  “so-stare al mondo?” è la domanda che si conficca al cuore delle ricerche personali e collettive di senso e orientamento.
Sappiamo stare in questo oggi non solo per salvare il nostro angolo, le nicchie in cui ci siamo rifugiati?
Come pensiamo di tornare a esporci al rischio dell’incontro e del nuovo?

“So-stare?” è domanda politica non di solo posizionamento, ma di capacità di essere dentro ai processi, alle questioni, ai dubbi. E questa capacità chiede molte cose oltre al radicamento: ascolto e lettura di contesti e fatiche della gente, proposte di vie percorribili, alleanze e mediazioni. Per questo chiede un lavoro sulle mappe, sul dove siamo e cosa abbiamo intorno, dove stiamo andando, sul come procedere, con quali mezzi e compagnie; abbiamo chiamato questo lavoro sulle mappe il sostare, il fermarsi.    

2. INTERROGARE L’ALTROVE: la questione dirompente del “SO-STARE?”  

L’altrove della politica ha bisogno – come gruppi, singoli, popoli, chiese – di una diversa andatura di vita, di un modo differente di guardare e leggere gli altri, noi stessi, le situazioni. Decrescere per non impedire il futuro. Prendere a modello il lavoro paziente dello scultore che toglie e toglie ancora e poi ancora per cercare forma, bellezza, radicale essenzialità.

3. LO SGUARDO ALTROVE: decrescere per il futuro

Nell’ultima parte del testo descriviamo, attraverso la sequenza dei tori di Picasso, le dimensioni e le suggestioni di un possibile percorso di decrescita:
- alleggerimento da pesi, sovrastrutture inutili, protagonismi (cosa può significare per il nostro gruppo o per la federazione stessa?)
- ricerca delle linee portanti (identità senza generare fondamentalismi)
- trasparenza e non ingombrare la scena: cosa si intravede attraverso l’azione nostra e dei nostri gruppi? (cfr. la politica dell’esempio di cui ha scritto Vittoria Foa, M.K. Gandhi: “Ognuno di noi deve essere il cambiamento che vogliamo vedere” diceva spesso a suo nipote Arun; nota: “noi” non solo personale, ma come gruppi e come federazione) Dobbiamo presto attrezzarci ad essere dei ‘viaggiatori leggeri’ (A. Langer) per lasciare spazio ad un altrove della politica. 

CORNICE FINALE:

trasformare i significatiSimone Weil forse avrebbe espresso il desiderio che fa nascere la politica (vedi cornice iniziale) come un “trasformare i significati”: “L’azione su se stessi, l’azione sugli altri, consiste nel trasformare i significati.” (Simone Weil, Quaderni IV).

Così avviene per ogni azione politica. Pensiamo alla lotta per i diritti dei neri in USA o quella di Gandhi in India: quale colossale trasformazione di significati è stata agita nel modo di portare il conflitto, nei modelli possibili di relazione tra diversi, nelle connessioni tra spiritualità (religiosa o no) e politica, nel rapporto tra fini e mezzi.

Quali significati intendiamo trasformare noi oggi con la nostra azione? Penso che, in fondo, questa sia la domanda che guida, o dovrebbe guidare, le linee politiche complessive del CNCA e anche il lavoro stesso dei  gruppi tematici (dipendenze, carcere, ecc). 

L’azione che trasforma i significati ha, tra le tante cose, bisogno oggi di alcune attenzioni speciali:
- la cura dei luoghi, per non restare confinati nei luoghi di cura, come recentemente ha scritto su Animazione Sociale Ota De Leonardis: “…potrebbe essere davvero l’occasione buona per ripensare l’orientamento da dare ai servizi per farli passare dalla logica dei luoghi di cura alla logica della cura dei luoghi.”

Cura dei contesti, dei territori (visti attualmente soprattutto come luoghi da controllare): ci vogliono crocevia vitali dove le diversità di incontrino, dove ri-costruire sapienze collettive e offrire proposte e spazi per un modo ‘altro’ di vivere da cittadini di questo mondo…;
ci vuole, forse, anche prontezza ad entrare nelle programmazioni (non solo socio-sanitarie, ma urbanistiche), di paesi o quartieri cittadini per portare un pensiero (non degli interessi) volto al bene comune, per segnalare un nuovo modo di ‘abitare la città’
- una maggior attenzione al tema delle identità: stiamo pagando politicamente una incapacità del pensiero progressista e anche di quello più marcatamente alternativo (politicamente e teologicamente) a lavorare, da prassi pur consolidate, sulla trasformazione di significati attorno al tema delle identità (parola che abbiamo lasciato incautamente e quasi totalmente in mano di parlamentari anti-costituzionali, atei devoti e cardinali lobbysti). Ha scritto Stuart Hall, studioso di culture: “le identità non rispondono mai alla domanda: «Chi siamo? Da dove veniamo?». Rispondono piuttosto alla domanda: «Chi siamo? Dove vogliamo andare?». Le identità sembrano riguardare il passato, ma in realtà attingono al passato e al presente per costruire il futuro”. Anche qui torna la questione del guardare avanti, del futuro e forse questo ci aiuta a capire come una società senza futuro riesca a declinare politicamente le identità solo come bagagli-luoghi-tradizioni da difendere ‘contro’ qualcuno (che un futuro – per sua fortuna – ce l’ha in mente e lo cerca caparbiamente)

- connettere dimensione personale e dimensione collettiva attraverso comuni chiavi di lettura, sguardi e stili: è il tentativo delle riflessioni, dei percorsi e dei testi che in questi anni abbiamo praticato come gruppo spiritualità (spiritualità e politica) per cercare un nuovo alfabeto di vita (vedi scheda prossimo lavoro del gruppo spiritualità)

- ri-approfondire il tema delle minoranze responsabili nell’oggi: descrivere meglio i modi delle azioni, le alleanze, la capacità di individuare lotte-simbolo per mostrare un altro mondo possibile che già da oggi va riconosciuto e perseguito. 

CHIUSURA

“Io credo che … Se noi salveremo i nostri corpi e basta dai campi di prigionia, dovunque essi siano, sarà troppo poco.
Non si tratta infatti di conservare questa vita a ogni costo, ma di come la si conserva. 
A volte penso che ogni situazione, buona o cattiva, possa arricchire l’uomo di nuove prospettive.
E se noi abbandoniamo al loro destino i duri fatti che dobbiamo irrevocabilmente affrontare – se non li ospitiamo e nelle nostre teste e nei nostri cuori, per farli decantare e divenire fattori di crescita e di comprensione -, allora non siamo una generazione vitale.
Certo che non è così semplice […]; ma se non sapremo offrire al mondo impoverito del dopoguerra nient’altro che i nostri corpi salvati a ogni costo – e non un nuovo senso delle cose, attinto dai pozzi più profondi della nostra miseria e disperazione -, allora non basterà. 
Dai campi stessi dovranno irraggiarsi nuovi pensieri, nuove conoscenze dovranno portar chiarezza oltre i recinti di filo spinato, e congiungersi con quelle che là fuori ci si deve ora conquistare con altrettanta pena, e in circostanze che diventano quasi altrettanto difficili.
E forse allora, sulla base di una comune e onesta ricerca di chiarezza su questi oscuri avvenimenti, la vita sbandata potrà di nuovo fare un cauto passo avanti”. Etty Hillesum, Lettere, Adelphi, pag. 45             

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