Quanta differenza siamo in grado di sopportare | Ugo Morelli

Stralcio da un articolo di Ugo Morelli (*) sul primo numero di ‘animazione sociale’ del 2018

“QUANTA DIFFERENZA SIAMO IN GRADO DI SOPPORTARE”

[…] La parola condivisione pare richiamare un atteggiamento pregiudizialmente buonista − condividere sofferenza, problemi, idee −, ma approfondendo un po’ ci pone immediatamente l’immagine di Schopenhauer quando narra l’aneddoto dei porcospini. Schopenhauer, come è noto, dice che quando viene l’inverno i porcospini hanno bisogno di andare in letargo, ma non possono farlo da soli; ogni porcospino da solo non sopravvivrebbe al freddo, e quindi deve almeno farlo con un altro, devono essere almeno in due.

Si intuisce qual è la questione della condivisione, in quanto essendo fatto come è fatto, con gli aculei, ogni porcospino si avvicinerà all’altro quanto basta per farsi caldo, ma non più di così perché, se si avvicinasse un po’ di più, si pungerebbero. Anche in circostanze in cui le cose andranno bene è verosimile immaginare qualche puntura. Lo spazio o il margine della condivisione comincia a non essere più così corrispondente al dichiarato e all’auspicabile, così generabile mediante un’invocazione morale che lo renderebbe preferibile e praticabile, ma solleva il problema delle «condizioni» per realizzarsi e, più da vicino, del «con chi» condividere; pone domande su quanta differenza riusciamo a contenere e con quali differenze riusciamo a esprimere condivisione, perché viviamo un tempo in cui questo è un problema che si presenta sotto una luce e con una portata del tutto nuove. Le differenze, infatti, non sono sempre tali da trovarci disposti a condividerle.

Sollecitano spesso emozioni primordiali, emozioni arcaiche, di base che, più che ispirare condivisione, ispirano resistenze, difese, rifiuti, negazioni. La questione non può essere affrontata così semplicemente perché, quando una differenza sollecita la capacità di contenerla oltre la nostra disposizione a farlo, scatta qualcosa di diverso dalla condivisione. Non solo scattano le negazioni, le resistenze, le difese, ma spesso scatta il piacere della negazione. Vi è un piacere della guerra, vi è un piacere dell’esclusione, vi è un cinismo della negazione con cui fare i conti. […]

(*) Ugo Morelli, psicologo e studioso di scienze cognitive, insegna all’Università di Napoli ed è fondatore di Polemos, scuola di formazione e studi sui conflitti: ugo. morelli@gmail.com


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